2011 in review

Ringrazio ovviamente tutti coloro che hanno visitato il mio sito ed auguro un meraviglioso 2012 a tutti.

 

 

 

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A San Francisco cable car holds 60 people. This blog was viewed about 2.600 times in 2011. If it were a cable car, it would take about 43 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.


Panorama sulla fotografia oggi

Vi presento un excursus che può dare spunti interessanti per approfondimenti sulla fotografia pubblicato sul sito del Corriere della Sera di oggi:

 

Una fotografia tagliata in due

Realtà contro ricerca: così gli stili rivali
si contendono il mercato

 

Due mostre che più diverse non potrebbero essere sono aperte oggi: una a Milano, proveniente da Acireale, e una a Matera, che ha fatto prima tappa a Bologna e a Roma. Due mostre che testimoniano bene il confronto, e forse il conflitto, fra due culture della fotografia. La prima rassegna, «Nuova scuola di fotografia siciliana» (introduzione Giovanni Chiaramonte, curatori Leo Guerra, Cristina Quadrio Curzio), parte dalla grande tradizione della foto come documento civile, come testimonianza e ricerca antropologica, quella di Letizia Battaglia, Nicola Scafidi, Ferdinando Scianna, Enzo Sellerio a cui si aggiungono Carmelo Bongiorno, Carmelo Nicosia e Sandro Scalia che peraltro dialogano con tradizioni di immagine diverse. La seconda è a Matera, a Palazzo Lanfranchi, dove espone Mario Cresci («Forse fotografia – Attraverso l’Umano»). Qui l’esposizione è divisa in due parti: la prima documenta lo spazio degli interni, le memorie di civiltà contadine perdute, oggetti, frammenti che le scelte del fotografo trasformano in oggetti simbolo; la seconda illustra le statue del museo restaurate, ingrandendo dettagli, scoprendo, come nelle precedenti sedi di Bologna o della Calcografia Nazionale di Roma, un nuovo sguardo sull’antico inteso ancora come frammento, memoria.

«Nuova scuola di fotografia siciliana»«Nuova scuola di fotografia siciliana»    «Nuova scuola di fotografia siciliana»    «Nuova scuola di fotografia siciliana»    «Nuova scuola di fotografia siciliana»    «Nuova scuola di fotografia siciliana»    «Nuova scuola di fotografia siciliana»    «Nuova scuola di fotografia siciliana»

«Mario Cresci forse fotografia. Attraverso l’umano»«Mario Cresci forse fotografia. Attraverso l'umano»    «Mario Cresci forse fotografia. Attraverso l'umano»    «Mario Cresci forse fotografia. Attraverso l'umano»    «Mario Cresci forse fotografia. Attraverso l'umano»    «Mario Cresci forse fotografia. Attraverso l'umano»    «Mario Cresci forse fotografia. Attraverso l'umano»    «Mario Cresci forse fotografia. Attraverso l'umano»

Dunque esistono due culture nella fotografia, la foto di testimonianza civile, da una parte, e la foto di ricerca dall’altra? Alcuni fatti sembrerebbero provarlo.

Mimmo Jodice ha esposto a Venezia, all’isola di San Giorgio, con altri grandi fotografi, nella mostra «Real Venice» (ora a Londra) alcune fotografie dove l’immagine, troppo obsoleta, della città viene ripensata e trasfigurata. Ancora Jodice ha appena chiuso a Parigi la mostra «Les yeux du Louvre» dove mette a confronto 40 foto di dipinti, da Leonardo da Vinci ad Antonello da Messina, con venti immagini di custodi e conservatori del grande museo: i volti sono simili, fatichi a distinguere l’antico dalla figura dell’oggi. Scrive Jodice nella intervista in catalogo: «Il mio progetto è mescolare la realtà d’oggi con quella dei secoli passati e mostrare nei visi di ieri e di oggi gli stessi sentimenti, come la passione, l’ansietà, la nobiltà, l’arroganza, lo stupore, l’ironia». La ricerca di Jodice si basa sull’uso raffinato della macchina analogica sia in fase di ripresa che di reinvenzione della foto nella fase di stampa, dunque questa non è certo una fotografia straight, diretta, ma meditata, elaborata, pensata. Jodice ha fotografato Boston, Parigi, San Paolo, adesso pensa a Montreal; i suoi non sono lavori di documentazione soltanto: «Lavoro sulla città guardandone la memoria», afferma. E nella natura c’è ancora il segno della memoria? Lo prova un’importante mostra di Ansel Adams che sta per aprire a Modena: «La natura è il mio regno», 80 foto scattate con pose lunghissime e macchine di grande formato; lunga durata, dunque, e raffinata tecnica di ripresa e di stampa.

«Real Venice»«Real Venice»    «Real Venice»    «Real Venice»    «Real Venice»    «Real Venice»    «Real Venice»    «Real Venice»

Ma, allora, come stanno realmente le cose? Una collana di 50 volumi dedicata ai fotografi della Magnum (la grande agenzia di fotogiornalismo) propone al pubblico l’imponente ricerca, l’impegno civile di quei grandi testimoni dei conflitti, ma anche del vivere quotidiano, nel secondo e nel terzo mondo: dunque una strada che parrebbe ben diversa da quella delle avanguardie. Giovanni Chiaramonte, introducendo la mostra di Acireale, mette invece in parallelo la tradizione letteraria da Elio Vittorini a Gesualdo Bufalino con le immagini «impegnate» dei fotografi e, sul confronto tra la foto di ricerca e quella di documento, dice: «Il dato della realtà ti interroga in prima persona; Meyerowitz e Ghirri hanno messo in gioco il linguaggio ma nel rispetto della realtà. La foto di ricerca per come oggi è intesa è una semplificazione: foto mosse, sfuocate, manipolazioni».

ANSEL ADAMS – La Natura è il mio Regno ANSEL ADAMS - La Natura è il mio Regno     ANSEL ADAMS - La Natura è il mio Regno     ANSEL ADAMS - La Natura è il mio Regno     ANSEL ADAMS - La Natura è il mio Regno     ANSEL ADAMS - La Natura è il mio Regno     ANSEL ADAMS - La Natura è il mio Regno     ANSEL ADAMS - La Natura è il mio Regno

Un altro grande protagonista della fotografia di ricerca ma anche di quella straight, diretta, è Nino Migliori, adesso presente all’Ermitage di San Pietroburgo e che il prossimo anno ha in preparazione una mostra a Milano. «Forse – dice – pensare che esistono due strade, foto sperimentale e foto realista, è più facile che riflettere su quanta ricerca vi sia, sempre, anche nelle immagini apparentemente di documento. Lavorare sulle tecniche e sulla storia della fotografia è sempre un modo per mettere in dubbio tutti gli schemi. La storia della fotografia non è diversa da quella dell’arte dove l’invenzione delle avanguardie è stata determinante. Nel 1949-50, quando andavo al circolo fotografico bolognese, la foto realista aveva delle regole: equilibrio, colore, inquadratura; ma a volte, per fare foto nuove, quelle regole bisognava dimenticarle».

Oltre al confronto fra fotografi, c’è quello tra festival ed esposizioni.
Il 19 novembre si aprirà a Lucca la VII edizione del Lucca Photo Fest: il titolo è «Sguardi d’oriente» con venti mostre, da quelle per il decennale della agenzia VII Photo Agency (un documento «diretto» sulla intera Asia), a quella personale del giapponese Kenro Izu, a quelle dei cinesi Lin Tian Miao e Wang Gongxin e dell’indiano Amit Madheshiya. Dall’altra parte, dal 29 settembre, a Milano, al Museo del Novecento, «Conversations», mostra di una prestigiosa collezione della Bank of America che testimonia cosa si conserva nei musei e nelle raccolte private. Queste sono foto che vanno da Gustave le Gray a Eugène Atget, da Laszlo Moholy Nagy a Man Ray, da Robert Frank a Bernd e Hilla Becher, ovvero immagini dei protagonisti delle avanguardie, ma anche di coloro che, dalle origini, hanno intesa la fotografia come mezzo per testimoniare modelli diversi di cultura. Penso a Lee Friedlànder e alla sua reinvenzione degli spazi della città e degli interni, penso a William Eggleston che ha inventato un modo nuovo di pensare il colore, quello dei manifesti e delle strip pubblicitarie.

«Conversations. Fotografie della Bank of America Merrill Lynch Collection»«Conversations. Fotografie della Bank of America Merrill Lynch Collection»    «Conversations. Fotografie della Bank of America Merrill Lynch Collection»    «Conversations. Fotografie della Bank of America Merrill Lynch Collection»    «Conversations. Fotografie della Bank of America Merrill Lynch Collection»    «Conversations. Fotografie della Bank of America Merrill Lynch Collection»    «Conversations. Fotografie della Bank of America Merrill Lynch Collection»    «Conversations. Fotografie della Bank of America Merrill Lynch Collection»

Certo, a ben pensare, le vie della foto realista e di quella di ricerca corrispondono a ideologie diverse, da una parte l’impegno nel sociale, dall’altra il conflitto con le tradizioni e con l’accademia. Ma si deve riconoscere che anche la foto detta straight, diretta, è ricca di esperienze, di attenzioni ai diversi linguaggi: come pensare infatti, nella mostra di Acireale, Letizia Battaglia senza la Farm Security Administration, la foto che documenta, da Dorthea Lange in qua, la crisi del mondo contadino negli Stati Uniti negli anni Trenta? E come pensare Enzo Sellerio senza Man Ray?

È vero, invece, che le due vie, quella della foto di documento e quella di ricerca, a livello di mercato sono ancora ben distinte. Da una parte foto bandite in aste, foto in edizioni numerate, foto ingrandite tanto da competere per dimensioni con i dipinti e, dall’altra, immagini che hanno costruito la nostra consapevolezza dell’oggi e delle passate generazioni, da Gardner e Brady a Cartier-Bresson e Bob Capa. Forse bisogna convenire con quanto ha scritto Ferdinando Scianna, che della foto di impegno civile è un grande testimone: «Io penso che la fotografia non sia lo specchio della realtà, è la realtà ad essere lo specchio del fotografo».

Dunque non siamo davanti a figure che documentano e a figure che inventano, ma a grandi sistemi di linguaggi che si confrontano fin dalle origini della fotografia, diciamo dai tempi di David Fox Talbot e Gustave Le Gray. Il vero problema è un altro, quello che poneva Walter Benjamin: la foto doveva dissolvere l’aura dell’arte perché moltiplicabile e quindi fruibile da tutti. Ma le foto, quelle dei grandi protagonisti del presente, di ricerca o di documento che siano, davvero lo sono?

Arturo Carlo Quintavalle
08 novembre 2011


Logico è chi logico non è

Non aggiungo praticamente nessun pensiero-premessa a questo articolo; forse mi sento anche io troppo spiazzata da ciò che mi circonda in questo momento, e il mio dentro non ha ancora deciso come comportarsi, non si è ancora ricalibrato, riallineato ( e non so nemmeno se ce la farà, lo dico in tutta serenità :-)  ). Attendo anche io di sapere quale sarà la logica del futuro? O forse semplicemente io già non ci appartengo più al futuro.

Ah permettetemi una divagazione sul tema “futuro”… una delle parole e dei concetti più sfruttati in questo momento è: ci hanno rubato il futuro (detto dai giovani studenti in piazza). Posso dirvi una cosa? Penso sia giusto vi lamentiate del fatto che questa nazione non vi stia offrendo un’istruzione adeguata e vi stia limitando il pacchetto diritti acquisiti e sicuri, oppure che il mercato del lavoro sia privo di opportunità brillanti per farvi crescere qualitativamente nel vostro livello professionale, ma vi prego non dite che qualcosa o qualcuno vi sta rubando il futuro. Nessuno e niente è in grado di farlo. Nessuno, nemmeno voi , è in grado di prevedere cosa vi accadrà fra 10 anni, ben inteso sia in bene che in peggio. Lo potrete intravedere e percepire solo quando sarete arrivati a 30/40 anni. Io posso dire che il mio futuro mi è stato negato, rubato, guidato verso un sentiero univoco dal quale non sono stata in grado di deviare per ottenere qualcosa di meglio. Voi no. Sappiate e siate forti di questo punto che il futuro adesso è ancora tutto vostro e di quello che verrà. Perciò non usate formule fatte, probabilmente che avete sentito da persone adulte appunto di 30/40 anni che così oggi forse si sentono davvero. Vi suggerisco di usare frasi fatte da voi, pensate da voi, espressioni di voi stessi soltanto, non di ansie ed aspettative della generazione appena precedente alla vostra. Che ne so…dite piuttosto: il futuro è assolutamente ed indissolubilmente nostro qualunque cosa voi facciate, per questo vogliamo cominciare ad indirizzarlo ora con le nostre richieste, con le nostre aspettative, con le nostre visioni del mondo. Beh son sicura troverete parole più moderne e adatte di queste per esprimervi :-) .

Ok digressione terminata…..  :-).

Ecco qua l’articolo di cui denuncio apertamente il fratellismo, pubblicato oggi su La Stampa e la rivista on line DoppioZero.

Claudio Magris … e anche la logica non si sente troppo bene

Giacomo Giossi

Livelli di guardia (Garzanti) in uscita in questi giorni raccoglie una serie di riflessioni pubblicate sul Corriere della Sera da Claudio Magris tra il 2006 e il 2011. Sono pezzi dedicati alla Costituzione italiana e alla sua messa in discussione, alla laicità e al rapporto con la Chiesa cattolica, fino ai grandi fatti di cronaca che hanno diviso il paese come il caso Englaro e la vicenda di Welby. Un libro ricco e indignato che libera dagli stretti confini dell’attualità e aiuta a riflettere sul cambiamento di un mondo che oggi più che mai ha bisogno di profondità e di memoria per non perdere l’equilibrio.

Claudio Magris prende così spunto dall’attualità per darle il respiro del tempo storico: una distanza necessaria per degli scritti che sono sì figli dell’indignazione, ma che non tradiscono il bisogno di una riflessione che vada oltre l’angusto terreno della contingenza. Obliquo ad un mondo spesso incomprensibile, il professore di Trieste ci racconta con lucidità le contradizioni di una società e di un tempo che con la memoria sembra aver smarrito anche l’ironia. Lo abbiamo incontrato al Caffé San Marco a Trieste.

Kafka diceva che un libro o ci colpisce con un pugno o non è niente. Come può ancora colpirci la letteratura, senza sovrapporsi al sistema di comunicazione aggressivo e strutturato che oggi ci circonda?

Ognuno ha le proprie forme predilette di genere letterario e di genere narrativo, a me interessa più la letteratura di tipo epico faulkneriano che non la grande letteratura sull’industria, ad esempio, o altre. Però lo shock può venire da ogni parte. Ad esempio per me la letteratura conta più della pittura, senza che per questo io creda che la pittura valga di meno, ovviamente. Credo che ci sia una difficoltà enorme data dalla tirannia dell’offerta sulla domanda. Però anche qui bisogna dire che esiste una varietà incredibile, il mercato editoriale pubblica interessantissimi autori dei Caraibi: io ho letto nelle Edizioni Lavoro Le Quatrième Siècle di Glissant, che mi ha veramente colpito come un fulmine straordinario. Certamente si è molto accresciuta la difficoltà di arrivare a certi testi, di scoprirli sepolti nellʼalluvione di quelli imposti dal mercato librario. È evidente che quello che si è creato di tremendo è la dittatura dell’ordine del giorno, che non è la dittatura del best-seller, che non c’entra niente, perché Defoe ha scritto un best-seller, ma anche un capolavoro. Quando io ho pubblicato il mio primo libro, non mi sognavo che il Corriere della Sera ne parlasse e, pur essendo totalmente sconosciuto e quindi pur avendone più bisogno di adesso, non me lo aspettavo. C’erano sì le riviste letterarie, ma i grandi mezzi di comunicazione non avevano ancora le pagine letterarie,e quando Tecchi ha scritto del mio libro sul Corriere ne fui molto molto contento, fu per me motivo di gioia e grande sorpresa, ma non sarei rimasto male se non lʼ avesse scritta.

Adesso, se io pubblico un libro e il Corriere della Sera La Repubblica non ne parlano, è un siluro, pur avendone io meno bisogno. Allora che cosa è avvenuto: è avvenuto il fatto che una volta si parlava di pochi libri, adesso si parla di molti di più, e questo è un grande progresso, però una volta si sapeva che esistevano libri di cui non si parlava e che erano importanti, come sappiamo che esistono libri di letteratura ceca che né io né lei abbiamo letto. Adesso al libro che per mille ragioni resta fuori si nega il predicato di esistenza. Anche Il piccolo alpino di Salvatore Gotta vendeva infinitamente di più delle poesie di Clemente Rebora o anche di Saba, ma nessuno si sognava di ritenere per questo che Il piccolo alpino rappresentasse il paese, la cultura, la storia, più di Clemente Rebora.

Adesso invece c’è questa parodia del pensiero hegeliano (secondo cui la verità è il proprio tempo compreso col pensiero), non cʼè la ricerca della verità ma la constatazione di quello che succede come l’unica cosa che può esistere. Tutto ciò non è che unʼenorme falsificazione. Infatti, la domanda che sovente mi si fa e che mi fa molto arrabbiare è: Perché non ho letto lʼautore x (vincitore del premio y). Perché non si può leggere tutto…

Ad esempio, pur amandolo, non ho letto tutto Dostoevskij (non ho letto, spero di leggerla un giorno, La mite), ma nessuno mi domanda perché non l’ho letto, mentre invece se non leggo un libro pubblicato oggi sembra che io abbia fatto apposta a non leggerlo e che sia un dovere. Sarebbe come chiedermi perché non sono adesso alla Galleria degli Uffizi, come se io disprezzassi Botticelli. Questo crea una grande difficoltà che non è la mancanza di conoscenza, ma quello che i tedeschi chiamano Halbkultur, ossia la mezza cultura, la mancanza sostanziale di unità tra quello che si è, quello che si sa e quello che si crede. Questa è la cultura, indipendentemente da quello che si conosce. E in questo senso la società tende a essere non-cultura. Non voglio deprecare i tempi, può essere che questo sia il prezzo da pagare provvisoriamente per un enorme allargamento culturale esteso a milioni e milioni di individui. Certo, bisogna resistere a tutte le manifestazioni negative, ma senza alcun atteggiamento apocalittico e di rifiuto, anche perché si vede che non c’è atteggiamento più premiato. Siamo tutti su un’autostrada intasata e non solo gli altri.

Quello che ho cercato di spiegare con un articolo sul Corriere è che, come una volta Marx parlava di “Lumpenproletariat”, adesso c’è veramente un “Lumpenbürgertum”: una borghesia intellettualmente pezzente anche quando non lo è economicamente. E questo è certamente un problema. Guardi, ci sono delle oasi inaspettate: sono appena andato a cercare un libro in libreria ed è incredibile le cose che si possono trovare. È vero, sono nascoste, ma si pubblicano anche cose strane, curiose, c’è una creatività incredibile.

Insomma, da questo punto di vista non sono preoccupato, certo sono combattivo, mi scoccio, però non mi sento come gli ultimi pagani della civiltà antica.

Proprio per questo, proprio perché uno si sente inserito, partecipa e prende posizione. Se no, è come in una storia di qualche anno fa. In una piccola facoltà dove insegnavo c’era un preside bravissimo, ma molto pavido, che votava sempre per ultimo, così si accodava ad una maggioranza già fatta e nessuno poteva arrabbiarsi. Una volta però ha avuto sfortuna perché eravamo in undici ed eravamo divisi in cinque e cinque e lui con terrore ha scoperto che non solo non c’era la maggioranza a cui accodarsi, ma che lui era diventato il soggetto determinante. Ora il mondo ha regole più grandi di noi e tendenze dominanti, però non dobbiamo pensare che le tendenze dominanti siano là e noi da un’altra parte.

La letteratura contemporanea sembra aver sostituito la figura del giovane con quella dell’anziano quale interprete inedito nel rapporto tra vita e morte. La fragilità dell’anziano è in grado di raccontare meglio la contemporaneità rispetto alla forza un po’ apatica dei giovani?

Innanzitutto direi che la condizione dell’anziano è ambivalente. Il primo che ha raccontato tutto questo è stato Svevo. È Svevo che scopre la senilità – soprattutto nella Coscienza di Zeno e negli ultimi racconti – come modello di avventura. Nel senso che se l’uomo è inetto a vivere, se è escluso dalla vita vera, ecco che la vecchiaia, inetta e debole per eccellenza, diventa unʼinettitudine autorizzata e perciò meno dolorosa. Ed è proprio perché escluso dal gioco (come il kiebizʼ, così si dice in dialetto triestino, e anche in jiddisch, quello che guarda gli altri giocare e capisce il gioco meglio degli altri), che il vecchio ha questa vertiginosa libertà avventurosa che manca agli altri, sempre desiderosi e bisognosi solo di vincere e terrorizzati all’idea di perdere. Come in quella bellissima commedia, La rigenerazione, in cui il vecchio ringiovanisce e si accorge che ha ancora il dovere di essere vitale, felice e non ha più l’autorizzazione a essere escluso. Svevo fa uno scambio tra vecchiaia e scrittura perché anche nella scrittura uno scrive la vita e così, dice il vecchione di Svevo, si passa metà del proprio tempo a scriverla e l’altra metà a rileggerla sottraendosi alla orrida vita vera. Ora questa società votata al culto del consumo sembrava aver reso la vecchiaia ancora più umiliata e offesa, ancora più emarginata – perché il vecchio è quello che consuma meno, quello che produce meno.

Improvvisamente qualcosa è cambiato. Oggi la vecchiaia diventa (non solo perché i vecchi sono tanti e si produce per loro) un nuovo problema. E così anche questa vertiginosa avventura sui limiti della vita: prolungarla o meno, difenderla fino all’ultimo, quando è il termine? In questo senso la vecchiaia diventa il territorio in cui si giocano le grandi domande di oggi. E poi la vecchiaia di certe società, in coincidenza con l’aumento della popolazione del mondo, crea dei problemi anche pratici che forse causeranno anche una sorta di nuova lotta di classe.

Le nuove tecnologie aprono nuove possibilità non solo per la scrittura, ma anche per la lettura. Come vede questi cambiamenti?

Da questo punto di vista sono, nella pratica, assolutamente tradizionale. Scrivo a mano, ma senza nessunissima civetteria e non mi piacciono certi atteggiamenti come quelli di chi pensa che una penna sia più autentica, più vicina a Dio di un computer. Credo però che ognuno di noi identifichi la naturalezza con quel livello di tecnica che ha trovato nell’infanzia e che è cresciuto insieme a lui. Per me già la radio in qualche modo è più naturale della televisione perché faceva parte del mondo che ho trovato: i rumori della radio, la musica e le voci dei radiodrammi che ascoltavo erano come il canto degli uccelli. La televisione, chiaro, fa parte del mio mondo, ma è già un’innovazione che è venuta quando ero molto giovane, che non ho “trovato”. Quindi è legittimo avere le proprie manie. Si scrivono frasi e digitando io so scrivere solo parole; la frase, il ritmo, io li ho nella mano. Per la lettura vedo che anche persone completamente e giustamente inserite nel mondo digitale leggono ancora sul libro stampato: anche questo può darsi che cambierà essendo un atteggiamento legato al nostro sistema nervoso e la specie cambia, oggi più rapidamente, ma certamente non così rapidamente come credono tanti che pensano che diventeremo subito dei cyborg. Ho quindi l’impressione che per un tempo abbastanza lungo, almeno la carta (parlo come libro) coesisterà con il digitale.

Penso, con dispiacere, che prima si estingueranno i giornali. Ecco, non so se ciò arricchirà la cultura. È come ogni possibilità tecnica: è chiaro che la macchina arricchisce perché uno può andare a trovare lo zio moribondo ed è quindi un vantaggio umanistico poterlo raggiungere in un’ora anziché in otto. Ma è anche vero che talvolta in macchina si è bloccati.

Cambierà il modo di concentrarsi?

Tra paranoidi e schizoidi, io sono più del tipo paranoide: quando mi concentro su qualche cosa sono però abbastanza aperto nel ricevere le suggestioni del mondo, anche se la mia concentrazione si carica di ritualità maniacali.

Anche i miei figli che padroneggiano perfettamente queste tecnologie come formazione culturale sono simili a me. In Alla cieca ho appunto inserito l’uso del computer e delle email e ho provato a immaginare questa sorta di Omero digitale, ma certamente il mio tipo di fruizione rimane di tipo classico.

Il Novecento è il primo secolo la cui formazione si basa sui classici moderni, sostituendo quelli che erano i classici greci e latini. La crisi della letteratura non nasce perché in fondo siamo, in questo modo, autoreferenziali?

Sì, il Novecento è il primo secolo che si è formato sugli autori moderni, poi se mai i classici sono stati riciclati, rifunzionalizzati, e sono stati fondamentali, perché anzi mai come nel Novecento e ancora adesso si riscrivono i miti antichi, l’Iliade, l’Odissea, gli Argonauti, Euridice, come ho fatto anche io. Però, certo, è ben diverso da un rapporto esplicito e diretto. Sì, credo che ci sia questa autoreferenzialità e che non potrà durare in eterno. Non so a che punto l’incontro con nuove culture e nuove tradizioni possa in questo senso correggere questa autoreferenzialità. In modo negativo, con il bazar dove tutto viene ridotto ad usa e getta, dove uno prende due etti di cattolicesimo e un etto e mezzo di buddismo, e così anche in letteratura, con tanti ingredienti disparati che ci arrivano con la globalizzazione. Detto questo c’è veramente una civiltà che viene arricchita da altre culture. Per me lʼincontro con Glissant, con questa tradizione caraibico-africana “francese” è stato un confronto che mi ha aiutato ad essere un po’ meno autoreferenziale.

Certamente l’autoreferenzialità continuerà ad avere il sopravvento per il peso della tradizione e perché l’Occidente bene o male domina il mondo; però queste immissioni sono notevoli e positive.

Non trova che oggi la perdita del rigore abbia in qualche modo esaurito la forza della trasgressione e la capacità di scandalizzarsi?

Improvvisamente è successo qualche cosa di indecente. Alcune regole di comportamento che sembravano pacificamente acquisite erano espressione di una civiltà che si basava su una struttura classica. Ora non esiste più né la borghesia né il proletariato classico e la nostra colpa è stata di non esserci accorti in tempo di una trasformazione antropologica.

Ora si può dire, come disse il nostro Presidente del Consiglio, che si possono non pagare le tasse (che è come se un questore dicesse che si può rubare). È caduta perfino lʼipocrisia, detestabile, ma pur sempre, come è stata definita, “omaggio del vizio alla virtù” che presupponeva almeno la consapevolezza del lecito e dell’illecito. E che certe cose siano possibili spiazza le regole, ha avuto un pendant nella crisi della logica: nessuno quasi più ragiona con una logica che a noi sembrava elementare. Quando c’è stato l’incidente del Cermis, si è discusso per tre giorni non di chi era la colpa o se c’era stato un guasto o un problema con la torre di controllo, ma se l’aereo volava o meno ad una quota troppo bassa. Ora, se un aereo colpisce il caffè San Marco, o il caffè San Marco ha fatto un balzo per aria oppure l’aereo gli è andato addosso. Ogni ragionamento logico perde d’importanza; l’unica cosa che non si poteva dire è quello che ha detto il generale Van der Linden, ossia che l’aereo si trovava esattamente dove doveva trovarsi secondo la rotta. Il che vuol dire che o era una strage premeditata o che chi ha fatto la rotta era un pazzo o un incapace.

Quel giorno ho pubblicato un articolo sul Corriere, il Corriere l’ha messo in prima pagina, ho ricevuto complimenti e congratulazioni, poi mio figlio mi fa notare che a fianco c’era un articolo che diceva “È stato appurato che l’aereo volava a bassa quota”. Ora non ci si può non porre il problema di cosa è successo nella testa delle persone ed è spiazzante che ciò sia avvenuto, perché poi ogni ragionamento logico elementare non funziona, non fa presa, non ha alcun potere di convinzione.

Non è spaventato dalla crisi della logica?

Certamente, mi spaventa moltissimo, perché tutto diventa possibile. Il problema della sintassi del nominativo e dell’accusativo non è un problema di filologia e se uno uccide un altro, bisogna sapere chi è soggetto o oggetto per sapere quale è l’assassino da mettere in galera, se no mettiamo in galera la vittima. Oppure il fatto avvenuto qualche tempo fa: un mio collega ex brigatista rosso, dichiara che, avendo avuto una figlia, aveva capito che non si può uccidere un papà. Scrissi sul Corriere che allora uno zio sì, e che io potevo ritenermi tranquillo perché essendo padre mi ritenevo risparmiato. Ora, ho bisogno di avere figli per capire che la perdita di un figlio o di un padre può essere un dolore? Non sarebbe proprio una grande prova di capacità di fantasia.

(Questa intervista esce oggi in forma ridotta anche su La Stampa e lastampa.it)


Riflessioni del giorno dopo

Ne sono già state dette tante sul dopo Roma, ma mi piace riportare qui una persona dalle cui parole si intuisce una grande passione e un profondo coinvolgimento in quanto essere umano fra esseri umani.

La lettera di questa giornalista esprime certamente un punto di visto soggettivo che può essere condiviso o no, ma sono talmente privati e personali l’espressione e il tono che usa da non poter essere considerati, secondo me, un pensiero omologato di una parte o l’altra. E per questo lo apprezzo. Si perchè credo che si possa ancora avere un proprio punto di vista nel mondo contemporaneo senza per forza doversi schierare da un parte o dall’altra, ma semplicemente rimanendo se stessi con la propria testa sulle spalle.

Non è l’appartenenza e la totale condivisione ad una schiera o movimento che fanno le idee, quantomeno le buone idee, sono sempre convinta che siano gli uomini che fanno le idee da cui nascono poi i movimenti e gli schieramenti.

Vi lascio questa lettera e poi ognuno farà le proprie riflessioni ed osservazioni :-)

Sul 15 ottobre

Potrei essere vostra madre, o vostra sorella – per fortuna non lo sono, perché immagino che per quanto amiate le vostre madri e sorelle, la loro saggezza vi appaia come un altro pezzo di quel presunto perbenismo che siete venuti a disfare con le vostre mani, con le vostre braccia giovani, con le vostre spranghe e i vostri bastoni. Ma non sono né vostra madre né vostra sorella, sono una giornalista, lavoro da tanti anni in una radio indipendente, e da poco meno di un anno faccio un lavoro che prima nemmeno esisteva, il curatore di social media, una persona che verifica e sceglie contenuti tratti dal lavoro collettivo della rete per produrre a sua volta contenuti informativi. Seguo da dieci mesi le rivolte arabe, e questo mi ha cambiato la vita. Non solo perché le rivolte l’hanno cambiata a tante persone, ma perché le migliaia di ragazze e ragazzi che stanno lottando per il futuro dei loro paesi mi hanno restituito la passione civile, mi hanno fatto sentire interrogata sui modi in cui facciamo politica, mi hanno strappato dal meccanismo di delega vuota degli ultimi quindici anni, e mi hanno fatto restare in un paese che prima volevo lasciare. Studiare l’attivismo in rete mi ha condotto alle stesse conclusioni di altre decine di curatori: non esiste bloggare o twittare da una posizione di neutralità; si può offrire alla rete la propria esperienza di verifica, di studio, di approfondimento, ma si diventa partecipi, e in qualche modo attivisti, senza quasi rendersene conto, senza averlo deciso. E un bel mattino si accetta che sia così. Perché, vi assicuro, non si può stare immersi nella lotta di piazza Tahrir senza sentirsi in qualche modo responsabilizzati, interrogati nel profondo, chiamati – non a riempirsi la bocca di slogan, ma a fare sul serio. E così come faccio dirette Twitter sul Cairo col cuore in gola perché ad ogni sit-in o corteo uno di quei ragazzi può lasciarci la pelle – come è successo a Mina Daniel, disarmato, durante il massacro dei copti il 9 ottobre – così ho twittato la Roma del #15O con crescente apprensione. Ho avuto paura che vi faceste accoppare da un poliziotto che perdeva la testa. Ho avuto paura che vi faceste pestare a sangue come chi è stato a Genova dieci anni fa ricorda bene e non dimenticherà mai. Ho avuto paura che saltaste in aria nell’esplosione di una di quelle auto che avete bruciato. Ho avuto paura che uno di quei blindati ubriachi vi investisse. Ho avuto paura che ammazzaste un poliziotto. Ho avuto paura che il vostro disprezzo evidente per la gran massa di gente perbene fra cui vi siete mimetizzati vi portasse a ferire, o a uccidere, o a far uccidere, una persona che un bastone o una spranga non li userebbe mai.
Poi ho capito che voi non avete paura. Voi vi piacete così, vi sentite belli con la vostra ferocia, con la vostra rapida coreografia della morte, ho capito che corteggiate il pericolo, che non vi importa delle conseguenze, che pensate di non avere niente da perdere (e siete troppo giovani per capire che invece avete parecchio), e soprattutto ho capito che non state costruendo niente. Senza quella folla immensa in cui vi siete nascosti – lo sapete benissimo – non siete niente, nessuno vi guarda, nessuno si cura di voi, non contate un accidenti. È vero, siete bellissimi e subdoli e veloci come un branco di lupi che discende in pianura. I miei amici antagonisti vi ammirano, sono dalla vostra parte, riconoscono in voi una rabbia profonda che tutti proviamo. Salvo poi essere un filo confusi – infiltrati della polizia oppure intrepidi compagni?
Devo scrivervi perché ho rispetto per chi muore per le cose in cui crede. Per chi non ha scelta. Per chi in piazza ci va studiando, facendo fatica, mediando con persone che la pensano diversamente. Per chi si stanca, e piange, per chi diventa eroe suo malgrado, e perde amici e fratelli, e pure non smette. Per chi da dieci mesi non dorme una notte intera, per chi si interessa della democrazia e si domanda come crearne una che funzioni e darle il proprio contributo. Per chi si fa un culo pazzesco nelle scuole, nella magistratura, nei sindacati clandestini, nei giornali censurati, nella tutela legale dei prigionieri politici, nel servizio d’ordine della piazza più rivoluzionaria del mondo. Per chi va in galera a vent’anni per aver scritto una cosa di troppo in un blog, o viene torturato per un graffito. Per chi rinunciando ad armarsi ha scelto la strada più lunga e produttiva. Per chi le botte e i gas lacrimogeni se li risparmierebbe se potesse, per chi i sassi li tira perché ha di fronte un apparato infernale e corrotto che da 40 anni lo schiaccia e lo tortura – e non per modo di dire. Per chi soltanto una settimana fa ha visto i soldati gettare nel Nilo cadaveri di cristiani disarmati. Voi siete solo imitatori, attori, pedine. Non avete rispetto per i vostri diritti, e ricoprite un ruolo ridicolo nella stessa recita che tanto detestate. È nato un movimento internazionale, se vi va di rendervene conto, che potrebbe perfino salvarci dal nostro provincialismo. Ha quattro regole in croce, e chiede di rispettare solo quelle. Ha scelto la resistenza passiva – la studia, la pratica, sa a cosa serve. Se volete, è anche casa vostra. Sta a voi. Dentro al movimento, con le vostre forti braccia e magari anche il cervello, potete sperare di contare qualcosa. Ma se non avete rispetto, se non vi fidate di nessuno, se siete cinici e nichilisti e avete già deciso che non cambierà mai niente, se pensate di essere un po’ più derubati degli altri, più precari degli altri, più disoccupati degli altri, allora andate a fare gli esclusi per scelta sugli spalti degli stadi, o a spaccare vetrine da soli finché non sarete cresciuti – con la vostra illusione di avere sempre ragione, di sfidare il sistema, o di distruggere i simboli della proprietà privata mentre è vostro padre che paga ancora le rate. Vi va bene che siete italiani. Vi va bene che qui c’è qualcuno a cui fa comodo che esistiate, che finge di non vedere i bastoni nascosti a San Giovanni dalla sera prima, che non vi ferma alla stazione Termini mentre passate col viso coperto e un metro di legno che vi spunta dagli zaini. Vi va bene che qui il rapporto di fiducia con la polizia è così corroso e malato che a via Merulana si è fatta un’assemblea tragica in mezzo ai lacrimogeni per decidere se consegnare o no 3 di voi agli agenti – perché la polizia è maiale se ti carica, o se carica quelli sbagliati, ma è anche vigliacca se non ti protegge dai provocatori. Vi va bene che siete nati in un paese così bizantino e pieno di segreti che le teorie del complotto sono sempre lecite. Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato, col suo ritardo spaventoso in un paese governato da un impunito. Vi va bene che siete in un paese ipocrita, teatrale, che sfila in tv ma poi alle assemblee di discussione non ci va, e che ha aspettato invano per anni che qualcuno lo chiamasse in piazza invece di andarci e basta. E vi va bene che siamo ancora così stupidi da organizzare cortei-fiume in mezzo ai palazzi più preziosi del mondo invece di occupare pacificamente una piazza – perché certo, poi ci toccherebbe anche metterla in sicurezza noi stessi, e tenerla pulita, e prendercene la responsabilità. Vi va bene che vi sia stato offerto di nuovo un palcoscenico – voi, e tre ore di caroselli anni ‘70 delle camionette in diretta tv. Col “sistema” sembrate d’accordo almeno su una cosa: sul fatto che è meglio non manifestare del tutto, che è meglio tenere la bocca chiusa e starsene a casa, cioè esattamente l’opposto di quello che reclama questo movimento – il diritto a riprendersi lo spazio pubblico, e a usarlo per il bene comune. Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi, non scandalizzate nessuno, e vi lasciate usare. Vi hanno fatto credere che la prima linea sia quella piazza da cui avete divelto i sanpietrini, e ci siete cascati. E invece, come vi dirà qualunque vero rivoluzionario, la prima linea è dentro, e si trova insieme, e costa tempo, pazienza, e fatica.
Una cosa è sicura – questo movimento sarà anche ingenuo, ma tanto non sarete voi a cambiare il mondo. Avreste dovuto restare a bocca aperta, quando la basilica ha aperto i suoi giardini ai manifestanti soffocati dai lacrimogeni a San Giovanni. A bocca aperta per la bellezza straordinaria di quel luogo che appartiene all’umanità intera, e che è nostro privilegio conservare a prescindere dalla fede religiosa. E qualcuno avrebbe dovuto dirvi che a gennaio, per proteggere con una catena umana il Museo Egizio del Cairo, uomini e donne si sono presi per mano mentre dai tetti gli sparavano addosso i cecchini del loro stesso presidente. E che quegli uomini e quelle donne sanno che la non-violenza ha un prezzo salato, come 700 morti, che non si finisce mai di pagare. Ma ci ricordano che è uno strumento collettivo di straordinaria civiltà e potenza; ti permette di vincere battaglie decisive, ti migliora, ti moltiplica, ti eleva, ti fa contare sul serio, e ti conquista il rispetto del mondo.

(Marina Petrillo, giornalista di Radio Popolare)


Politiche a parte

 

http://www.guardian.co.uk/world/interactive/2011/sep/20/palestinain-state-israel-un-interactive


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