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1992 anno horribilis

e il 1992 ritorna ancora…fu il mio personale anno horribilis, per molto tempo a venire mi tormentarono gli incubi della maturità, a maggio sicuramente ero nel pieno delle mie crisi da studio benchè il 5 anno fu il migliore del liceo, forse è per questo che non riesco ad inserire l’attentato di Capaci in quel periodo.

Ma  lo ricordo benissimo e ricordo che per la prima volta scoprii il sentimento dello stupore più infantile difronte ad una notizia che credevo impossibile, all’epoca forse non sapevo davvero chi era il giudice Falcone, ma di certo era una figura pubblica di cui si parlava molto, e credo sia stato per me la prima figura di giudice con la maiuscola, anzi di più la prima figura istituzionale e di Stato con cui confrontarmi. Non ho paura ad ammettere che non ero una ragazza matura  per la mia età da un punto di vista civico, ero una solitaria per carattere e un’individualista per difesa, non amavo i gruppi, le categorie, ma adoravo le peculiarità dei singoli, chi si sapeva distinguere, chi andava controcorrente perchè credeva nelle sue idee anche se diverse dal senso comune. Il giudice Falcone incarnava per me  il singolo che lotta per il gruppo ma fuori dal gruppo o addirittura escluso dal gruppo stesso, che crede  negli ideali di Giustizia senza per questo metterla su un piedistallo per abbandonarla lì e celebrarla solo per le feste comandate. Ho imparato da lui che forse le istituzioni e la comunità avevano un senso ed un valore e non un impiccio per le singole libertà. Ero una ragazzina naif e vedevo in lui una forza e una sicurezza, mi sentivo protetta. Credo come molti di averlo idealizzato, di essermi anche un po’ innamorata di quella bella faccia aperta del sud. Tutt’ora se penso ad un eroe mi viene in mente lui e il suo sorriso aperto e sornione, la sua camminata morbida, i suoi baffoni e la sigaretta in mano. Ricordo che ci teneva a dire che quello era solo il suo lavoro.

Non piansi quella sera quando il TG annunciò quel terribile attentato e poi la sua morte, rimasi solo sbigottita, senza parole e senza pensieri, mentre la retorica della comunicazione e dei funerali di stato cominciava già a mettere in moto i suoi ingranaggi. Fu così che certe parole ripresero il loro nonsenso, la loro vacuità, divennero di nuovo opache, anzi dopo la sua morte incomprensibili. Le istituzioni ritornarono ad essere palazzi, uffici, fogli di carta, numerini, attese in fila, trabocchetti.

Il 5 anno fu il mio migliore di una serie di fatiche immani, ero la persona più felice e rilassata della classe, non avevo paura di niente e di nessuno, avevo abbattuto uno dei miei tabù cognitivi, avevo capito che era una balla colossale quella che fino a quel momento mi avevano appioppato scuola ed insegnanti, e cioè che ero brava in lettere e quindi era naturale che non fossi un genio in matematica! Per la prima volta in vita mia riuscii a finire un compito di fisica, esercizio facoltativo compreso, senza fare un errore e prima del tempo massimo, a tal punto da cimentarmi in una cosa che mai dall’asilo in poi avevo osato fare, ovvero suggerire le soluzioni ai mie compagni di classe che credevano fossi stata folgorata sulla via per Damasco.  All’esame di maturità presi il minimo, fu una sorpresa per molti, ricordo delle quasi-condoglianze da parte di alcuni professori. Per me nessuna sorpresa, ero semplicemente ritornata ad essere quel silenzioso individuo che si sentiva solo contro tutto, che sapeva che nessuno l’avrebbe mai aiutata, anzi, e che aveva perso quel minimo senso di protezione e coinvolgimento nei fatti della società in cui viveva tutti giorni.

Ricordo che poco dopo un pomeriggio d’estate non so perchè accesi la TV e la prima immagine che vidi mi catapultò in una via in mezzo a dei palazzoni di un quartiere residenziale di Palermo, con fumo e un rumore assordante di allarmi impazziti delle auto in sosta, da cui a fatica si sentiva la voce concitata del giornalista. Capii subito, e questa volta scoppiai in un pianto disperato e liberatorio; solo con la morte di Borsellino credo realizzai anche la morte di Falcone. Ed io tornai a rifugiarmi nel mio individualismo rassicurante, lontana dagli schemi delle cose prefabbricate e scontate, ma con più insicurezze e fragilità davanti al mondo degli adulti.


Captcha filosofia

uhmmm interessante e direi ambivalente…non vedo l’ora di vederlo questo nuovo futuro

Buon ascolto!

Tradurre il mondo

Giacomo Giossi

Centomila è all’incirca il numero massimo di persone che è possibile coordinare all’interno di un progetto, dalla costruzione delle Piramidi fino alla conquista dello Spazio. Centomila è il limite oltre il quale non è possibile andare se non rischiando caos e, sostanzialmente, il fallimento. La domanda che si pone quindi Luis von Ahn è: “Cosa potrei fare coordinando un milione di persone?”. Il bello è che la domanda si fonda su una premessa molto solida, ossia l’esser già riuscito a far lavorare in maniera coordinata attorno ad un unico obiettivo ben settecentocinquanta milioni di persone. Von Ahn è infatti l’inventore dei cosiddetti captcha e della loro versione evoluta, i ReCaptcha, attraverso i quali si sta rendendo possibile la digitalizzazione in maniera precisa, rapida e gratuita di milioni di libri, soprattutto antichi (ne ha già parlato qui su doppiozero Roberto Marone).

Aggregare milioni di persone è una consuetudine del web; l’altra è l’ottimizzazione dei tempi. Ogni volta che compiamo un’azione, questa deve avere un senso per noi e anche per gli altri. Non conta più la velocità tipica dell’epoca moderna, ma quante facce può avere il medesimo gesto, la medesima azione. Mettere a frutto il nostro tempo è il concetto attorno a cui ruota Duolingo, il progetto di traduzione nelle principali lingue dell’intero web pensato da von Ahn. Chiunque voglia imparare una nuova lingua potrà accedervi gratuitamente. La differenza dai normali corsi è che gli studenti si eserciteranno direttamente sulla realtà, ossia tradurranno vere e proprie parti del web.

Pensare di mettere a profitto ogni gesto ha origine in una concezione iperproduttiva dell’esistenza, ma ha in sé anche una forza utopica eccezionale che può avere conseguenze sostanziali nella vita di molte persone, migliorandone l’accesso alla conoscenza e al mondo globale.

Quindi non si tratta solo milioni di lavoratori costantemente organizzati in tempi di produzione, ma contemporaneamente di milioni di militanti pronti ad agire per il miglioramento dell’umanità. Il sapore è un po’ quello novecentesco delle ideologie: parevano tutte abbandonate ed invece ci ritroviamo nuovamente con un radioso avvenire.

 

Luis Von Ahn

 

http://www.ted.com/talks/view/lang/it//id/1295


The sound of silence

La foto di copertina di questo libro è eccezionale, dice tutto. E a suo modo penso che tutti abbiamo una foto del genere nel nostro album famiglia, è quelle foto rivelatrice di quello che siamo sicuri sia la nostra vera essenza, e quasi mai è una foto di persone singole, quasi sempre c’è un bambino e un adulto. Vorrà dire qualcosa questo.

Buona lettura!

dal sito Doppio Zero: http://doppiozero.com/materiali/interviste/intervista-maddalena-rostagno

Intervista a Maddalena Rostagno

Giacomo Giossi

Il suono di una sola mano è il suono senza suono, è la vera meditazione, per dirla con Simon & Garfunkel è The sound of silence. Sentire il suono di una sola mano è il sogno di Mauro Rostagno che per farlo non teme di passare da Lotta Continua a Macondo fino alla comunità Saman, dalla lotta di classe alla lotta alla mafia. A ventitré anni dalla sua uccisione per mano della mafia sua figlia Maddalena, con l’aiuto di Andrea Gentile, ha dato forma a quel suono. La forma è quella di un libro, di una storia che parte dalla fine per raccontare la spinta vitale che ha mosso Mauro Rostagno lungo tutta la sua esistenza: contraddirsi per non tradirsi mai. La storie dei padri circondano e avvolgono quelle dei figli. Le storie di Mauro e Maddalena non si intrecciano, ma entrano ripetutamente in contatto tra loro, alle volte è un contatto morbido, altre volte è un vero e proprio scontro, un movimento continuo che non permette rimpianti e non accetta facili consolazioni.

Ogni contatto è un lampo di luce nel buio che Maddalena Rostagno ha trasformato in pagine vibranti e schiette. Il suono di una sola mano non offre il lavoro di uno storico o il segno di una testimonianza, ma uno sguardo obliquo quanto lo è la vita dei figli rispetto a quella dei padri: il ricordo qui è un cuore che pulsa nella quotidianità della figlia. In Il suono di una sola mano non c’è morte e non c’è polvere, ogni pagina scaraventa il lettore sempre da un’altra parte, in un futuro complicato e difficile. Il passato non è fatto per consolare, ma per resistere oggi. Michele Serra scrive nella prefazione che Mauro Rostagno ha mille vite, questo libro le racconta tutte più una, quella di Maddalena, una vita diversa, ma non meno spettacolare, inteso come voce del verbo spettacolare, come usava dire lei stessa da bambina.


Cosa rappresenta per te la fotografia in copertina?

Nel portafoglio ho solo documenti, e sciocchezze come le tessere dei supermercati. Non ho nemmeno la foto di Pietro, mio figlio, ma questa foto, quasi completamente distrutta, ce l’ho. Ce l’ho con me da sempre. Nella nostra vita ci siamo sempre spostati e ad ogni trasloco c’era questa cosa di non potersi portare dietro molta roba. Anche lo scatolone che mi è rimasto con tutte le foto d’infanzia l’ho potuto recuperare solo dopo. Ma questa foto, non so come mai, è sempre restata con noi. E da sempre la amo, da quando Mauro era ancora vivo. In questa foto siamo proprio noi due. E ora che Pietro ha la stessa età che ho io nella foto, e poi assomigliandomi molto, mi sembra che sia come un cerchio che si chiude. È una foto che ci unisce, lì siamo tutti e tre insieme.

Così quando mi è arrivata da Il Saggiatore la proposta di scrivere il libro ero molto indecisa, ho chiesto che potessimo fare le cose passo a passo, decidendo se proseguire o meno solo dopo aver visto i primi capitoli. Nella scrittura l’aiuto di Andrea Gentile è stato fondamentale, direi determinante per poter portare a termine il libro. Ma su una cosa ero assolutamente sicura, il titolo del libro, Il suono di una sola mano, e appunto la foto di copertina. Il libro doveva ancora nascere, ma titolo e copertina c’erano già!

Il tuo libro si apre con i vostri sguardi, tuo e di Mauro, l’uno nell’altro. Entrambi vi state ribellando, lui alla mafia e tu a tuo padre. Quale è il prezzo della ribellione?

Ciascuno di noi credo che abbia il diritto di decidere della propria vita, ma qualunque decisione ha un prezzo, e delle conseguenze. Quando dico che Mauro era molto egoista credo che sia molto vero. Lui metteva al primo posto sempre se stesso e io ho pagato le sue scelte, non solo per quello che poi è successo. Il tipo di vita che Mauro aveva scelto ha pesato enormemente sulla mia vita: l’anno in cui lui è stato ucciso avevo quindici anni e avevo una voglia matta di tornare a Milano che era la nostra città, quella da cui eravamo partiti. Volevo avere una vita normale e la sua scelta di vivere in una comunità per tossicodipendenti mi ha precluso una giovinezza normale.

Cosa significa per te ribellarsi?

Mauro sapeva benissimo a cosa andava incontro, poi fino a quando non succede sulla pelle non si può dire quanto si sia coscienti o lucidi. Di certo aveva le idee molto chiare. Altrettanto credo di averle io, seppur con diverso coraggio e in altrettante battaglie.

Molto ha inciso quello che è stato fatto a mia madre e quello che faccio nei confronti di Mauro lo faccio per me. So che lui mi vorrebbe bene lo stesso anche se mi occupassi di agricoltura biologica o che so, se vendessi borse.

Mauro t’imponeva, pur essendo un padre fuori dall’ordinario, delle regole ben precise come una regolare frequenza scolastica. Come reagivi?

Lui era molto bravo e sapeva motivare molto bene questa sua, forse unica, regola. Molte altre non ce ne erano. Solo decidendo cosa studiare è possibile liberarsi, o solo andando a scuola è possibile formarsi come persona, mi diceva. Però quando siamo partiti per l’India in gruppo, a settembre gli altri e i loro figli sono tornati a Milano, mentre Mauro ha deciso di rimanere. Per cui quando poi lui metteva dei paletti io gli facevo notare le sue contraddizioni: va bene la ramanzina, ma in una assenza generale di regole non poteva fare la parte del padre che manda la figlia tutti i giorni a scuola.

Come ti aiuta il rapporto con Pietro ad elaborare il ricordo di Mauro?

La comparsa di Pietro ha scatenato una serie di emozioni impreviste. Insomma è proprio vero:quando diventi genitore riguardi la tua posizione di figlio. Ci vorrebbero parole tanto più grandi di me per spiegare questa cosa: vedo Pietro crescere e mi trovo a rispondere alle sue domande, a partecipare alle sue conquiste. Questo mi fa amare molto di più e capire molto di più quali sono state le scelte e i lati belli di Mauro. Non interpreto più solo come egoistico il suo voler star bene prima lui per poter far star bene anche me. Certo, come padre su alcune cose Mauro era più furbo di me e io sono diversa da lui, potrei definirmi un’aspirante borghese, provo a garantire a mio figlio una vita stabile. E per nessun santone al mondo mi trasferirei all’altro capo del mondo. Però ci sono dei momenti di tristezza, di depressione, in cui penso che se fossi non più egoista, ma più coraggiosa, dovrei cambiare, trasferirmi e forse permettere a Pietro di aprirsi un po’ di più con la testa. Perché nulla mi obbliga a rimanere qui dove sono ora.

È una sottile linea tra egoismo e coraggio e alle volte chi parte è coraggioso e chi rimane lo fa solo per paura. Non so, devo ancora chiarirmelo bene, è un equilibrio.

Mauro Rostagno era un uomo pubblico, come hai vissuto le parole, gli scritti di chi lo ha conosciuto e frequentato?

Nel momento in cui una persona è nota e viene uccisa, è un uomo pubblico e chiunque ne può scrivere e a questo ci si abitua. Inizialmente avevo solo un gran rifiuto, non me ne fregava niente, non volevo saperne niente. Solo anni dopo ho iniziato a leggere tutte le cose che mia madre aveva conservato negli anni. Ma sono pochissime le persone a cui concedo di parlarmi di Mauro personalmente, dei loro ricordi. E mi riferisco a persone care, amici di famiglia. Mia madre mi prende anche un po’ in giro e mi chiede quando mai le permetterò di parlarmi di Mauro. Ma per me è ancora tutto molto doloroso. Forse è sciocco: ad esempio in Benedetta Tobagi, che ho voluto conoscere, vedo all’opposto una necessità e una voglia di sapere, di raccogliere storie e ricordi di suo padre. Forse perché Benedetta quando è successo aveva tre anni e io quindici. Di certo tutte le volte che qualcuno mi racconta di Mauro mi manca non aver potuto vivere personalmente quelle storie. Ovvio, sono la figlia e non avrei certo potuto essere con lui all’università, ma mi manca che non sia lui a raccontare. Appena inizia il racconto penso: perché non sono con lui? Perché non me le racconta lui queste storie?

Mauro non ti ha mai parlato del movimento fino a quando non siete andati insieme a Trento al convegno del 1988. Che viaggio è stato?

Andare a Trento è stato un viaggio alla scoperta del mio papà con il mio papà. Durante tutto il viaggio, un viaggio lungo, in treno da Palermo a Trento e ritorno, ho scoperto il ’68.

Mauro era molto bravo a raccontare e ho capito che quel tornare a Trento è stata una cosa molto emozionante anche per lui. Ricordo che al ritorno, arrivati a Roma siamo scesi. Mauro ha avuto la voglia improvvisa di chiamare e d’incontrare due o tre persone che non vedeva ormai da almeno quindici o vent’anni, ricordo che ricontattò Franca Fossati ed Enrico Deaglio. In qualche modo si erano risvegliate delle emozioni ed era rinata la voglia di tornare a collaborare per fare nuove cose.

Come è nato il tuo rapporto con Renato Curcio?

Negli ultimi anni le due persone per lui più importanti sono stati suo padre e Renato Curcio. Si scriveva molto con Renato, un vero e proprio rapporto epistolare.

Quando Mauro è morto sono subito entrata in camera sua, e ho trovato una lettera di Renato chiusa, che non era ancora stata letta. Di Renato, Mauro mi aveva raccontato tutto, chi era e cosa aveva fatto, ma per me rimaneva un estraneo. Quando ho aperto la lettera ho trovato una vera e propria lettera d’amore, come fosse di un’amante, davvero. Renato gli faceva una scenata perché ultimamente Mauro gli stava scrivendo poco, che capiva che era molto impegnato, ma che lui voleva rimanere informato, che lui gli raccontasse e così via. Una lettera d’amore. Quindi ho assolutamente sentito la necessità di rispondergli. La morte di Mauro è stata una cosa così enorme che di molte cose non ho mai parlato con mia madre, non ce la facevo, come non ce la facevo a piangere, ad avere un pianto liberatorio. Era una cosa troppo grossa. E scrivere a Renato, cercarlo, è stato come trovare qualcuno con cui poter parlare, ma che fosse allo stesso modo staccato, lontano. Quando ho potuto sono andata a trovarlo a Rebibbia, ma non abbiamo mai parlato in maniera esplicita di Mauro. Allora studiavo all’Accademia di Brera e magari parlavamo d’arte. Quello che era importante per me era sapere di avere davanti a me una persona importante per Mauro, poi chiacchieravamo di storia dell’arte.

Nel 1989 sei tornata a Milano. Che cosa ha significato quel ritorno?

Se prima soffrivo di non poter aver una vita normale, la morte di Mauro ha peggiorato tutto terribilmente, andavo al liceo e per strada c’erano scritte del tipo Mauro è vivo. Essere la figlia di un eroe in una piccola città come Trapani è impossibile. Milano era andare via dalla Sicilia, era la libertà e anche la normalità. Avevo il fidanzato, il motorino. Andavo ai concerti, mi sono fatta tutti i concerti metallari più ignobili e improbabili. Avevo la mia bella canottiera con il teschio, avevo i poster in camera dei Cure, ascoltavo i Metallica e mi ero fatta i buchi alle orecchie. Volevo solo essere una ragazzina. Una qualunque tra i compagni di classe. Milano era una camera tutta per me.

Perché è importante ottenere una verità giudiziaria da uno Stato tanto compromesso e colluso e che molto si è adoperato per far male a te e alla tua famiglia?

Cosa ha fatto lo Stato per la mia famiglia è molto chiaro e non è un granché. Come vanno i processi in questo paese lo sappiamo e non è entrare in un aula di tribunale che garantisce l’ottenimento della verità. Detto ciò, Mauro, e quindi non io, aveva deciso a quarantasei anni di credere in questo Stato. Nei suoi video, nelle sue interviste e in tutto quello che ha scritto, Mauro ha evoluto un discorso improntato sulla legalità. Alla collaborazione con lo Stato Mauro ci credeva fortemente. Era cosciente del pericolo che stava correndo, ha trascorso gli ultimi due anni della sua vita a dire alle persone – senza vendersi, scapigliato come era, senza giacca – che ne valeva la pena, che denunciare e collaborare era possibile. Ecco io credo che lui una verità processuale la vorrebbe. E che ventitré anni dopo un processo si svolga a Trapani credo che sia estremamente importante.

Per il resto so cosa mi è stato fatto, e non solo dalla mafia, ma anche dallo Stato, ma so anche che comunque vada ne sarà valsa la pena. Gli atti rimarranno, le trascrizioni dei verbali rimarranno e chi vorrà, io, un intellettuale, un grande giornalista così come dei giovani, potranno leggere e dedurre, estrapolare dei pezzetti di verità e trovare storie da raccontare o fatti nuovi da denunciare. Ad esempio nel caso di mia madre, quando fu arrestata, furono scritte falsità da parte di tutti, anche di giornalisti importanti come Giorgio Bocca che si permise di scrivere vere e proprie assurdità. Ora mi ritrovo con uno scatolone pieno di carte utili a fare un po’ di pulizia. È importante, no?


World Press Photo 2011

Come al solito le foto vincitrici del WPP sono magnifiche.

Vi consiglio di vedervele una ad una; ecco il link:

http://www.worldpressphoto.org/photo/world-press-photo-year-2011-0#fullcontext


E’ bene sapere che non tutti la pensiamo allo stesso modo

Sono contenta di iniziare i post del 2012 riportando un’intervista di Ermanno Olmi, per chi come me è cresciuta nel mito del regista bergamasco e ha visto più di una volta “L’albero degli zoccoli” in originale, pur dovendo chiedere più di una volta ” eeee??? cos’ha detto?” “a…e che vuol dire???”, conosce l’importanza dei suoi punti di vista, anche se magari non sempre condivisi o non totalmente .

E’ l’importanza di un’alternativa, di parole e immagini che riportino un significato proprio, nessun trabocchetto, nessun luogo comune, solo storie normali seppur sorprendenti. Aaaa e per chi pensa che Olmi racconti solo storie sdolcinate fuori dal tempo o favole bucoliche con retrogusto cristiano-cattolico, consiglio di vedere “Il posto” e “I fidanzati”. Perchè gli italiani non sono tutti uguali e non la pensano tutti allo stesso modo, anche se la maggior parte non ha il coraggio per dirlo o per difendere ciò che pensa.

L’articolo è tratto dalla rivista on line Reset: www.reset.it

Olmi: una denuncia contro Bossi
per cambiare finalmente

Intervista di Giancarlo Bosetti a Ermanno Olmi

Martedì 31 Gennaio 2012

ASIAGO (Vicenza) – Si può cominciare da una denuncia a cambiare il corso delle cose che non cambiano mai? Ermanno Olmi e con lui tanti anonimi cittadini pensano di sì. Vediamo di che cosa si tratta.

L’elenco delle scurrilità e violenze verbali di Umberto Bossi è lungo e ripetitivo. Ma uno degli ultimi episodi, il 30 dicembre ad Albino nella Bergamasca, quando gli insulti, le corna e i “vaff” a Napolitano, al tricolore, a Monti sono finiti nei Tg e su Youtube – dove si possono tuttora vedere – ha messo in moto una reazione a catena di denunce contro il segretario della Lega, per vilipendio, offesa all’onore personale, oltraggio nei confronti del presidente della Repubblica, del Primo ministro, della bandiera nazionale. La moltiplicazione delle denunce alle procure, finora dieci (Verona, Bassano, Vicenza, Trento, Bergamo, Brescia, Milano, Roma, Napoli, Bari) è avvenuta attraverso il passaparola, e-mail, social networks, e grazie alla mobilitazione di gruppi di cittadini che hanno deciso che la misura era colma.

Andiamo a trovare Ermanno Olmi, il regista di Bergamo che vive ad Asiago, l’autore dell’«Albero degli Zoccoli», un uomo che ha titoli per rappresentare la terra lombarda e padana, compresi i suoi dialetti, e che con il suo cinema ha parlato un linguaggio sottovoce, con molti silenzi, eppure preciso e forte, come sa essere chi tiene in grande considerazione il peso delle parole.

Questa volta Olmi ha deciso di appoggiare il ricorso alla giustizia e di sottoscrivere la denuncia: «Ma non faremo la sfilata delle personalità, semplicemente ci mettiamo in fila come cittadini». Ha compiuto ottant’anni l’anno scorso quando ha presentato il suo ultimo film, «Il villaggio di cartone»; una chiesa che diventa ricovero per gli immigrati clandestini, un apologo sulla tempesta della globalizzazione che spazza l’Italia, sull’accoglienza e con una morale: «O cambiamo il corso della storia o sarà la storia a cambiare noi». Il regista ci riceve in ottima forma, malattie e cadute sono solo un ricordo, fuori sull’altipiano il gelo di stagione, dentro il camino acceso.

Perché la denuncia? 
«Non si tratta tanto di fermare la scurrilità: se l’individuo Bossi, per esempio, usasse termini volgari sulla sua persona o per giudicare situazioni degne di insulti, potrebbe essere anche tollerato. Il fatto invece che li usi per denigrare persone che rappresentano dei valori – come quelli insiti nel simbolo della bandiera italiana – esige una ribellione. Insultare ciò che per qualcuno ha valore è una bestemmia. L’atto di denuncia verso Bossi non riguarda la Lega Nord, che essendo stata votata ha diritto di esistere come tutti gli altri partiti, avendo anche al suo interno persone di grande qualità. La politica è una cosa seria e sacra, e comportamenti come questi di Bossi o come quelli di Borghezio e Calderoli con il loro “maiale day” contro la costruzione delle moschee non possono essere tollerati. Maroni ad esempio è una persona seria e, da nonno, gli direi di andare avanti con coraggio sottolineando la differenza che c’è tra lui e coloro che fanno male anche alla Lega».

Presa di posizione chiarissima, ma in questi anni abbiamo ben visto quanto sia radicato l’involgarimento del linguaggio dei politici, di quelli che dovrebbero rappresentare l’élite. Difficile cambiare il corso di questa storia.
«Quando il fascismo ha sottoposto la popolazione alle architetture e alle parate di regime, solo dodici accademici (rimasti poi in otto) su duemilacinquecento si sono ribellati alla prevaricazione dittatoriale, mentre il resto dei cittadini si lasciava trastullare dalle lusinghe che il potere metteva a disposizione dei cedimenti morali del popolo. Quando s’inventavano slogan offensivi contro coloro che non aderivano a questa stupidità generale con un linguaggio altrettanto stupido, il popolo non se ne accorgeva. “Che Dio stramaledica gli inglesi” era uno degli slogan. C’è gente che siede in parlamento e che per avvalorare una posizione marginale rispetto ai grandi problemi parla della Padania come colonia o delle differenze razziali tra lombardi e veneti. Ci troviamo di fronte ad una realtà talmente stupida che non può durare a lungo. Vista la debolezza concettuale di questi discorsi, si ricorre ad una terminologia spinta. Il cittadino comune, però, che non ha perso l’orientamento nei confronti delle istituzioni, sente che posizioni che spetterebbero ai migliori sono ricoperte da persone che insultano lo Stato e il governo e non lascia che le cose vadano in questo modo. Proprio per questo la denuncia nei confronti dell’individuo Bossi ha riscosso moltissime adesioni. No, non è indignazione generica, è un richiamo al rispetto delle istituzioni e di chi le rappresenta, Napolitano e Monti, da parte degli italiani tutti».

Bossi non sopporta l’idea che l’Italia si sia riempita per il 150esimo dell’Unità nazionale di bandiere tricolori.
«L’affermazione di Bossi che mi ha creato più sgomento, e da cui provengono tutte le altre, è stata “Io con la bandiera italiana mi pulisco il c.”. Mi piacerebbe ricordare a tutti gli italiani più che a Bossi, che non credo capirebbe il valore delle mie parole, che dietro quella bandiera c’è gente che ha sofferto, che è morta, che ha creduto nella libertà, nella democrazia e nella civiltà. E questo signore non ha nessun diritto di offendere questi morti, che sono nostri parenti e amici, che più di noi si sono esposti. Se si desse a questa bandiera lo stesso valore che si dà ad una bandiera del tifo calcistico, forse la denuncia non avrebbe senso. Ma la bandiera italiana esige rispetto».

Stiamo formulando dei pensieri che saranno giudicati buoni e giusti, ma forse anche poco realistici. Chi scommette sull’Italia che non cambia di solito in politica vince.
«Ma è realismo quello di chi misura tutte le cose in relazione ai numeri e non al loro valore? Vorrei citare nella galleria dei personaggi che hanno onorato l’Italia Cesare Pavese. Quando i comunisti del dopoguerra lo accusavano di non essere concreto perché parlava di pensieri, rispondeva che non esiste nulla di più concreto dei pensieri. I pensieri sono la capacità dell’uomo di assegnare valore alle cose al di là del loro prezzo e del loro peso fisico».

Abbiamo visto, da italiani, quanto la politica incoraggi condotte viziose. Il linguaggio di Bossi e quello delle cricche d’affari sono simili.
«E se la politica premia queste cose, io mi ribello. Se penso a una figura come il nostro Presidente mi domando chi, da Einaudi in poi, sia stato alla sua altezza. Hanno ricoperto quella carica brave persone, e anche dei furbi, ma la differenza con Napolitano è netta. Lui ha una qualità spiccata nell’assumersi le responsabilità di un capo di Stato visto e nell’uso delle parole e del pensiero. Nei primi anni dopo la Liberazione, galantuomini come Parri, Lussu, Terracini, De Gasperi avevano la forza di un pensiero che usciva dal dolore della guerra. Certo quei galantuomini e quella politica erano vulnerabili di fronte alla prevaricazione di chi offendeva la libertà e la dignità, di chi avrebbe trasformato la politica in terreno dei furbi, degli opportunisti, delle trame».

Come ribellarsi a una politica che non vola un millimetro sopra la rappresentanza degli interessi immediati? Per qualunque riforma impegnativa, sembra meglio passare il governo ai tecnici che aspettarsi che la facciano i partiti.
«È una politica che non riesce ad avere un pensiero superiore ai numeri e ai pesi. Eppure De Gasperi era De Gasperi, e Napolitano è Napolitano. Ma il nuovo governo, che è fatto di professori, è politica anch’esso, compie atti politici veri e propri, che hanno ripercussioni sulle persone. I professori agiscono in una situazione di emergenza: in Italia stiamo affondando, non abbiamo le scialuppe di sicurezza e bisogna nuotare tutti, bagnarci i piedi pur di venir fuori dalla crisi. Eppure ci sono ancora persone che si ostinano a cesellare la loro furbizia, ma la furbizia è la più alta forma di stupidità».

Una denuncia allora può servire per restituire alle parole il loro valore, per educare a un altro linguaggio. Ma la degradazione di questi anni ha delle radici: un linguaggio educato era anche espressione di un ordine sociale che si è disintegrato.
«Esistono alcune immagini di Milano e della periferia di Milano del 1945 dove sembra ancora di vedere cose da “Miserabili” di Victor Hugo: bambini a piedi nudi, vestiti di stracci. Oggi la grande diversità sta nel fatto che la globalizzazione è fatta di tante differenze non compatibili tra loro. Nella civiltà rurale tutti parlavano lo stesso linguaggio, infatti, nella storia dell’umanità, la civiltà rurale è stata l’unica civiltà a poter essere definita compiuta, mentre le altre civiltà, tra cui quella industriale e quella tecnologica, sono state provvisorie e una volta raggiunto il loro apice sono repentinamente crollate. La civiltà rurale, invece, è sempre viva e anche nella apparente differenza di razze – apparente, visto che discendiamo tutti dalla medesima razza, quella nera – ha un minimo comun denominatore che rende le persone simili e capaci di riconoscersi. Quando in Cina hanno visto «L’Albero degli Zoccoli» nessuno ha avuto difficoltà nel comprendere il film. Quel tipo di globalizzazione, rurale, presupponeva elementi utili a riconoscersi reciprocamente e a dialogare. Oggi invece esiste una sovrapposizione di modelli di società non più reciprocamente compatibili. Alla fine dell’Ottocento tra le situazioni vissute nelle campagne italiane e quelle proprie dei villaggi africani non esisteva una grande differenza; infatti in entrambi i casi si viveva di pastorizia e agricoltura. Con l’arrivo della scienza e l’introduzione di nuove realtà industriali si sono create quelle differenze che non permettono più alle persone di riconoscersi».

Ma anche la realtà industriale aveva una sua uniformità internazionale e una cultura forte della coesione sociale. La grande industria si preoccupava anche di tempo libero, cultura, libri, teatro. Lei ha esordito facendo documentari per la Edison.
«Questo è vero se si fa riferimento ad una determinata area della società. Ma tra la vita di un operaio a Milano e il contadino della Valle Brembana, dopo l’avvento dell’era industriale che ha tolto braccia alle campagne a favore delle fabbriche, è arrivato un momento in cui non esisteva più dialogo. Questa situazione ha acuito anche la differenza esistente tra Nord e Sud, dove al Sud il latifondo è andato avanti fino al dopoguerra. La popolazione che vive nelle periferie delle grandi città oggi non ha più alcun collegamento con coloro che vivono nelle campagne, come invece succedeva prima».

Stiamo rimpiangendo un passato che non ritorna?
«Non si tratta di nostalgia. Se apprezziamo la genuinità di un pezzo di pane di farina di grano duro o un piatto di pasta al pomodoro preparato con dei veri San Marzano, non si tratta di nostalgia ma di lucida conoscenza della differenza che esiste tra questi prodotti e quelli industriali in scatola, che hanno perso il valore nutrizionale degli originali. Non guardiamo al passato in modo decadente con la voglia di tornare indietro, ma arricchiamo il presente di valori ormai dispersi. Oggi non esistono più i veri contadini, sono stati sostituiti da operai che lavorano la terra con modelli industriali».

Parliamo di ribellione alla degenerazione della vita politica e del suo linguaggio. Ma la educazione politica ha bisogno di basi materiali nella società. La solidarietà sociale poteva prosperare nella società agricola e in quella industriale. Nella società frammentata di oggi ha vita stentata.
«La condizione quasi perfettamente ideale di solidarietà è esistita nel dopoguerra visto che bisognava ricostruire e rimettere in moto la macchina del paese. Appena questi ingranaggi hanno prodotto ricchezza, che ci ha concesso di vivere non sull’orlo della miseria, abbiamo sottoscritto un progetto di arricchimento senza limiti e siamo arrivati a vivere in condizioni fasulle, credendoci ricchi e giocando su un’economia del rinvio senza presentare un rendiconto di fine anno, il che ci ha fatto accumulare uno spaventoso debito pubblico. La disonestà non consiste solo nel rubare ciò che appartiene a un altro, ma anche nell’ingannare gli altri con le bugie e noi siamo stati ingannati. E, attenzione, lo siamo ancora adesso, quando lasciamo dire che bisogna far ripartire i consumi per la crescita, mentre bisognerebbe ridurli entrambi per essere realisti e uscire dall’inganno. Il programma di questo governo che cerca un salvagente per tenerci a galla non è abbastanza realistico: visto che la nave sta affondando, per salvarci di certo non bastano solo i salvagente, bisognerebbe tornare a zappare la terra».

La Milano dei suoi film degli anni Sessanta, «Il posto», «I fidanzati» era un emblema del ritmo della città industriale, scandito dalle enormi fabbriche, dai tram strapieni nell’ora di punta, da fiumi di tute blu e colletti bianchi. Sembrava un ordine permanente e si è rivelato transitorio e breve.
«E dobbiamo adeguarci: l’ordine morale deve modificare l’idea che abbiamo delle basi materiali. Non si può più pensare di avere più automobili e televisori per famiglia. Abbiamo vissuto l’idea della ricchezza ignorandone il fondo. Il boom economico dell’Italia alla fine degli anni ’40 e con l’anno Santo del 1950 era caratterizzato dalle biciclette, dalle Lambrette, poi dalle Fiat 500, ma nel 1953 iniziò a circolare la parola “congiuntura” che secondo gli economisti comportava una momentanea pausa a questo travolgente momento di ricchezza. Era invece un segnale che non abbiamo ascoltato. Nel Villaggio di cartone l’ho detto: “O siamo noi a cambiare il corso della storia o sarà lei a cambiare noi”. E in questo momento si sta verificando la seconda ipotesi, il che porta con sé dei veri e propri Tsunami».

La società contadina aveva le sue sicurezze, quella industriale poteva contare sul welfare. Ora siamo esposti ai rischi della globalizzazione e della frammentazione.
«La sicurezza del sistema industriale è fallita mentre quella della civiltà rurale esiste ancora. Noi possediamo pensioni, assicurazioni private e di categoria, ma neanche più quelle sono in grado di rassicurarci. Dopo la fine dei latifondi in alcuni contesti del mondo rurale esistevano “società dei probi contadini” che garantivano per i soci in difficoltà, condividendone i problemi e le disgrazie agendo sempre sulla base della fiducia. Se un contadino perdeva la vacca si faceva una colletta per sostenerlo. Oggi potremmo fare una società dei probi condomini?».

Difficile obiettivo, ma qualcosa ci resta da fare.
«Oggi si può mettere in atto una nuova idea di convivenza che abbia alla base un progetto. La politica, invece, non parla mai di progetti concreti, vivendo di icone ideologiche poco concrete. Il governo attuale è stato costretto a dare risposte concrete provocando l’ira di coloro che non accettano l’idea di non aver pensato prima al fatto che eravamo poveri».

Dove stanno le voci capaci di annunciare la dura verità e l’ardua impresa che ci aspetta? Politici nuovi? Talenti d’artista?
«Se emergesse qualcuno a guidare le coscienze altrui sarebbero guai per tutti. Ognuno di noi fa grande fatica a guidare la propria e ad ammettere le proprie debolezze. L’agire con superficialità ci ha portato alle soglie di una difficile scelta di cambiamento. Dobbiamo guidare le nostre coscienze e dobbiamo avere la consapevolezza che in passato abbiamo creduto nella ricchezza come risolutrice di tutti i problemi. C’è un solo comandamento da rispettare in questa situazione: cambiare vita e con il pensiero e con le parole dare un nuovo valore alle cose».


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